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Milo Adami

Milo Adami

Nato a Roma nel 1981, dopo aver completato gli studi in Storia dell'Arte ha conseguito il diploma in Arti Visive presso lo IUAV di Venezia. Ha frequentato diversi workshop con artisti internazionali come Joseph Kosuth e Antoni Muntadas. Nel 2010 insieme a Luca Scivoletto, ha diretto il suo primo documentario intitolato "A Nord-Est" che è stato presentato in quasi venti festival cinematografici d'europa e premiato per quattro volte come miglior film. Da marzo 2009 a giugno 2011 ha lavorato a stretto contatto col MACRO (Museo d'Arte Contemporanea di Roma) come filmmaker ufficiale. Grazie a questa commissione ha avuto modo di entrare in contatto con artisti contemporanei di calibro internazionale (tra cui Antony Gormley, Dan Perjovschi, Aaron Young, Gilberto Zorio e molti altri). Durante questo periodo, si mette spesso a disposizione per produzioni video nell'ambito della moda. Ha spesso diretto cortometraggi nel campo della moda cercando di non dimenticare quanto il video e la moda siano sempre stati profondamente connessi. Di recente ha cominciato un progetto di documentario intitolato Il colore del suono i cui soggetti principali sono Enzo Di Liberto e Alvin Curran. - La nostra amicizia con Milo Adami è ormai lunga, come lo è anche la nostra collaborazione che si è ulteriormente strutturata con l’esperienza del MACRO durata circa due anni. Le nostre visioni, alimentate da comuni riferimenti culturali, sono sempre state molto complementari, e in questi anni il livello di scambio e dialogo si è ulteriormente affinato, grazie anche a esperienze intense come la serie di viaggi in bicicletta lungo l’argine del fiume Po (muniti di una Rolley 35 analogica) che ci sta impegnando da qualche mese e che ci impegnerà per tutto il 2017. Anche in questo caso la tensione comune è nella radicale messa in discussione del paradigma e del cliché del “fotografo autore” solitario dietro l’obiettivo - tutto intento nella costruzione di una visione presunta originale, nell’illusione di poter omettere il peso e il retaggio di quello che Walter Benjamin e Franco Vaccari definirono l’inconscio tecnologico - rivendicando sul piano teorico e operativo la possibilità di un progetto di visione collettiva.